Nel 2023, una chiesa protestante in Germania ha affidato le redini di un intero culto all’Intelligenza Artificiale. Dalla preghiera al canto, fino alla predicazione, ogni momento è stato "gestito" da un avatar digitale. Partendo da un semplice prompt (“Sei un predicatore, come condurresti questo culto?”), un po’ per curiosità e un po’ per senso della novità, la comunione fraterna è stata consegnata al calcolo probabilistico.
Eppure, questa
scena surreale non è poi così distante dalla nostra quotidiana ossessione per l’engagement
cristiano, dalla ricerca del titolo accattivante per la predica o dalla
riduzione della riunione di chiesa a un evento.
Non serve
un'intelligenza artificiale per rischiare una spiritualità artificiale.
Siamo entrati
nell’era della spiritualità ottimizzata per la SEO.
Ma a chi va
davvero la gloria? Qual è il vero bersaglio da centrare?
Search Engine Optimization: la luce sul sentiero digitale
Il rapporto
fra chiese e mondo digitale è radicalmente cambiato nel 2020: la pandemia da
Covid-19 ha "costretto" grandi e piccole realtà cristiane ad
approdare sui social per sopperire all'impossibilità di riunirsi in presenza,
cogliendo in questo anche una grande opportunità evangelistica.
Ma se prima
l'attività sui social era meno diffusa e organizzata, il 2020 ha segnato un
punto di non ritorno sia nella presenza che nelle metodologie di uso.
Da contenuti
pubblicati per "essere presenti" a vere e proprie campagne di
promozione di qualsiasi attività venga svolta.
Sopravvivere
nel mondo digitale, però, non significa essere presenti, ma farsi trovare.
È qui che,
consapevolmente o meno, con professionalità o meno, qualcosa è mutato nel modo
in cui le chiese usano i social e, forse, nel modo in cui percepiscono sé
stesse.
Proprio perché
bisogna farsi trovare, il contenuto deve essere visivamente
d'impatto, esteticamente curato, linguisticamente al passo. Deve
avere engagement per generare reach.
Tutto
opportuno, se non stessimo parlando di spiritualità e fede.
Come mai? Perché
questo significa adeguare il contenuto ai parametri di ciò che “funziona”
nel mondo digitale.
E chi
stabilisce cosa funziona nel mondo digitale, se non la luce della Search
Engine Optimization (SEO) che illumina il nostro algoritmo?
Non è certo la
prima volta che il mondo cristiano cerca di adattarsi agli strumenti dei tempi:
solo negli ultimi trent’anni il cristianesimo ha dovuto gestire l'avvento di
internet, di Youtube, di Facebook e l'esplosione dei social network.
Eppure, mai
come ora, la sensazione è che il mezzo stia cambiando le chiese, il
messaggio e il messaggero.
La chiesa
che cambia
Uno dei primi
rischi della rincorsa all'attenzione digitale è il cambiamento
dell'identità, della natura e della missione di una chiesa.
Con una
dinamica tipica del marketing, stiamo giungendo a considerare il
mondo digitale indispensabile per la vita della chiesa, anziché soltanto utile.
A farne le spese è il concetto biblico di tralcio che dipende dalla vite,
di chiesa che ha la sua identità se dimora in Cristo (Giovanni 15:5).
Nella
percezione comune, se una chiesa non ha un profilo, allora “non esiste”; se una
chiesa non pubblica le sue attività, allora “non opera”.
Ci stiamo forse
allontanando dal modello neotestamentario di chiesa la cui manifestazione era
legata alla dimostrazione di spirito e potenza (1 Corinzi 2:4)?
Ovvero di una chiesa
che arrivava anche a riunirsi in segreto, ma che era accompagnata dai segni
divini che ne confermavano la predicazione (Marco 16:20), per raggiungere
le estremità della terra con la sua testimonianza piena della potenza divina
(Atti 1:8).
Il rischio è
di pensare che like, condivisioni e commenti siano il metro di approvazione
dell’agire di una comunità cristiana. Il rischio è di accontentarsi di analytics
lusinghieri. Il rischio è credere di centrare il bersaglio unicamente
perché abbiamo un successo misurabile dai dati.
Ma, per quanto
non ci faccia piacere ammetterlo,
·
se la natura di una chiesa è dettata
dalla sua presenza digitale, stiamo mancando il bersaglio
·
se l’identità di una chiesa viene
stabilita dalla sua visibilità, stiamo mancando il bersaglio
·
se la missione di una chiesa dipende dal
suo reach, stiamo mancando il bersaglio
E non ci
stiamo muovendo per la gloria di Dio.
Il
messaggio che cambia
L’altra
vittima della rincorsa digitale è il messaggio biblico nella sua integrità e
dottrina.
Di certo non è
la prima volta nella storia che la predicazione cristiana subisce tentativi
di manipolazione. Basti pensare ai numerosi avvertimenti presenti nelle
epistole circa i falsi dottori (2Pietro 2:1-3), alcuni dei quali intravedevano
nella fede uno strumento per arricchirsi (1Timoteo 6:5) o, addirittura,
alla profezia paolina: “verrà il tempo che non sopporteranno la sana
dottrina, ma per prurito di udire si accumuleranno dottori secondo le proprie
voglie” (2 Timoteo 4:3).
La ricerca
della novità, la scelta opportunistica di temi biblici, l’inclusione
della lente secolare come metodo esegetico sono tutti elementi antecedenti ai
social ma che i social hanno fatto deflagrare nel mondo cristiano ad una
velocità non sostenibile.
Negli ultimi
quindici anni abbiamo assistito a un fenomeno facilmente verificabile
attraverso una ricerca su Google Trends: i termini legati alla Bibbia
più ricercati su Youtube sono stati in maniera crescente “motivation”,
“healing”, “blessing”. Per contro, il trend è stato decisamente discendente per
“doctrine”, “sin”, “holiness”, “repentance”, “cross”.
Cosa ci dice
questa breve ricerca? Che si è innescato un circolo vizioso: negli
ultimi anni si è ricercato sempre più un messaggio biblico che confortasse,
motivasse, ispirasse. Gli algoritmi, facendo semplicemente il “loro mestiere”,
hanno cominciato a premiare con maggiore visibilità i contenuti con
questi temi, evidentemente i più visti.
Nel tentativo
di non scomparire digitalmente (perché significherebbe “morire”), il messaggio
biblico ha subito un adattamento, toccando sempre meno temi impegnativi
(dottrina, peccato, santità) a vantaggio di quelli dal riscontro immediato e
facile.
Il tutto in un
lasso temporale ridotto.
Il rischio,
elevatissimo, è di ritrovarci con un Vangelo che non può più condurre a
salvezza dal peccato (pena la morte digitale) ma che deve essere la
chiave per l’autorealizzazione personale.
Ma, anche in
questo caso, dobbiamo affrontare la realtà:
·
se il ravvedimento viene omesso per non
intaccare la reach, stiamo mancando il bersaglio;
·
se la croce viene nascosta per non
compromettere l’engagement, stiamo mancando il bersaglio;
·
se predichiamo un Vangelo ottimizzato per
l'algoritmo anziché incentrato su Cristo, stiamo mancando il bersaglio
E non ci
stiamo muovendo per la gloria di Dio.
Il
messaggero che cambia
L’ultimo
inevitabile tassello della nostra analisi riguarda il messaggero.
Il più grande “fra
i nati di donna” (Matteo 11:11), Giovanni Battista, riconosceva la
necessità di scomparire davanti a Cristo (Giovanni 3:30); gli apostoli
rifiutavano la gloria personale per esaltare Cristo (Atti 3:12; 14:15);
l’apostolo Paolo desiderava far risaltare Cristo nella sua vita (Galati 2:20).
Tutti costoro
possono essere definiti “araldi” dell’Evangelo, messaggeri della buona novella
della grazia.
Tutti costoro
non avevano alcun interesse alla visibilità personale: contava solo “Cristo e
lui crocifisso” (1Corinzi 2:2). Sapevano di essere degli strumenti
della volontà divina e non i protagonisti.
Per tutti
costoro “metterci la faccia” significava una condotta di vita coerente con il
messaggio predicato (1Corinzi 9:27), non una foto da mettere nella
locandina dell’evento cristiano.
Del resto, se
lo strumento digitale è quello che più di tutti incoraggia e ricompensa l’uso
dell’immagine, non dovrebbe sorprenderci più di tanto la necessità di “aiutare”
il messaggio cristiano con una “strategia di comunicazione” che spalanca le
porte all’autocelebrazione visiva.
Ma una domanda
sorge spontanea: tutto questo è proprio necessario?
Siamo davvero
arrivati al punto di pensare che senza il nostro volto il messaggio non
esiste più?
Siamo davvero
arrivati al punto di considerare ciò che è strumentale come indispensabile?
Che il Vangelo ha così tanto bisogno della nostra visibilità per diffondersi?
·
se il messaggero è più visibile
del messaggio, stiamo mancando il bersaglio
·
se è il messaggero che deve attirare al
messaggio, stiamo mancando il bersaglio
·
se è il messaggero ad essere celebrato, stiamo
mancando il bersaglio
E non ci
stiamo muovendo per la gloria di Dio.
Hamartia: il "crash" del sistema
Se davvero
pensiamo che bisogna sacrificare l’identità biblica della chiesa, del messaggio
evangelico e del messaggero in nome di una maggiore “efficienza” digitale,
allora accetteremo un giorno che sia un’IA a guidare un intero culto.
Ma se
riflettiamo sul fatto che questa affannosa rincorsa alla rilevanza digitale ci
sta facendo perdere il senso della nostra spiritualità, indirizzandola verso
obiettivi diversi, allora ci ricorderemo che “mancare il bersaglio” è,
nel greco neotestamentario, il termine “hamartia”.
E che questo
viene universalmente tradotto con “peccato”.
Possa questa
convinzione far “crashare” la spiritualità SEO, prima che sia questa a convincerci
definitivamente che un “like” degli uomini valga più dell’approvazione di Dio.
ITA
ENG
ESP

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