Nel 2019 l’account Instagram @preachersnsneakers
ha iniziato a mappare l’estetica dei predicatori evangelici del XXI secolo,
accendendo un dibattito giornalistico che ha trovato spazio in testate internazionali.
Oltre allo sfarzo economico
(orologi, scarpe, abiti costosi), emerge un sintomo culturale: la fede
raccontata attraverso i codici del lifestyle e della quotidianità
esteticizzata, dove i feed cromaticamente perfetti e le transizioni
video fluide contano quanto, se non più, del contenuto teologico e dove la costruzione
di un personal brand riconoscibile conta di più dell’autorevolezza di un
ministero dato dal Signore.
Questa transizione estetica è
accompagnata da una trasformazione lessicale silenziosa: la terminologia del
Nuovo Testamento è stata sostituita da quella del marketing globale. La
mutazione è antropologica e teologica, prima ancora che comunicativa: viene
ridefinita l’identità del credente, mentre l’atto stesso della predicazione
viene degradato da mandato spirituale a prodotto di consumo.
Siamo di fronte a una frattura:
nel Nuovo Testamento, il martys (testimone) trae la sua autorità
esclusivamente dal Mandato ricevuto e dall’oggetto della sua testimonianza
(Cristo risorto, Matteo 28, Atti 1). Al contrario, il Content
Creator trae la sua autorità dalla visibilità e dall’approvazione numerica
della sua audience.
Si genera così una disconnessione strutturale tra front-end
e back-end: l’algoritmo premia l’esibizione dell’io (la performance
pubblica) a discapito della vita nascosta. Se il ministero non viene
documentato, indicizzato e pubblicato, per la cultura digitale (e non solo) esso
semplicemente non esiste.
Questo slittamento è
immediatamente evidente nella pandemia delle citazioni che affolla le
piattaforme digitali. Si tratta di una proliferazione sistematica di grafiche
social in cui commenti biblici o brevi riflessioni spirituali sono
indissolubilmente legati al primo piano fotografico del predicatore (magari
catturato proprio nell’atto di predicare) e al suo nome. La riflessione
spirituale cessa di essere un forziere aperto a tutti per diventare un cartello
pubblicitario del predicatore.
Il paradosso è che la Bibbia, la fonte di qualsiasi
considerazione spirituale che voglia definirsi tale, è il mezzo che legittima
la rilevanza del comunicatore e non più la sorgente da indicare.
La Chiesa e il Vangelo arretrano a scenografia, a
giustificazione narrativa utile al posizionamento dell’ego; il primo piano
appartiene interamente al brand-predicatore.
Il ribaltamento biblico è
evidente: questa dinamica non potrebbe essere più lontana dalle parole che
Giovanni Battista pronuncia in merito a Gesù Cristo: “bisogna che egli
cresca e che io diminuisca” (Giovanni 3:30).
Il passaggio dal modello del
testimone a quello del creator si riflette anche sulla natura stessa della
predicazione. L’introduzione di diciture marcatamente editoriali per le
predicazioni, che ora sono “a cura di”, non è un semplice ritocco espressivo.
Questo mutamento linguistico
segnala il passaggio dalla predicazione come vocazione, in cui la
componente dello studio umano incontra la guida onnisciente dello Spirito
Santo, a prodotto creato da un autore che ne ha “curato” la redazione.
Proprio come avviene per qualsiasi opera di intrattenimento.
In questa logica, la
programmazione è vitale. Per funzionare sui canali digitali, un marchio
richiede rigida prevedibilità, pianificazione e la definizione chiara di una
USP (Unique Selling Proposition). Questa esigenza di marketing si
traduce nella necessità di “pubblicizzare” in anticipo il tema della
predicazione, lanciando titoli accattivanti, grafiche coordinate e teaser
video per creare l’evento e intercettare l’algoritmo.
Tutto ciò somiglia ad una vera e
propria pianificazione editoriale, la quale apre le porte ad un conflitto
teologico con la natura stessa dello Spirito Santo, definito in Giovanni 3:8
come il vento che “soffia dove vuole”. Quando la predicazione diventa un
contenuto pre-strutturato e pre-annunciato per ragioni di engagement, si
erode drammaticamente lo spazio per la guida estemporanea dello Spirito
Santo. La Parola di Dio, che per sua natura dovrebbe essere libera di spezzare
la narrazione, mettere in crisi e deviare bruscamente la rotta, rischia di ritrovarsi
invece incastrata nei binari di un vero e proprio palinsesto.
E il palinsesto, si sa, è
soggetto ai gusti dello spettatore.
A questo scenario si aggancia la
dittatura delle metriche digitali. La salute spirituale di un ministero viene
tragicamente misurata attraverso i KPI (Key Performance Indicators)
delle piattaforme: like, follower, share, a cui si
aggiungono impatto estetico e notorietà, sostituiscono i
parametri invisibili del Nuovo Testamento, come il ravvedimento, la
santificazione, la conversione interiore, l’aderenza al messaggio biblico.
Questo ribaltamento produce un’urgenza
paradossale: si va facendo sempre più strada l’invito a seguire le dirette sui
social trascurando la chiamata a partecipare di persona. La località della
chiesa sembra quasi non essere più così importante, dal momento che esiste il
posizionamento digitale. L’imperativo algoritmico esige numeri immediati e
interazioni tracciabili per garantire la rilevanza del brand; di
conseguenza, la comunione fisica e l’attrito della presenza reale scendono a
compromessi con l’indicizzazione.
La proliferazione della fede
brandizzata non è un’invenzione della tecnologia, ma il suo perfetto
amplificatore. Il social package non fa che offrire un palcoscenico
globale a un antico problema, già visibile nel tentativo primordiale di Babele
di “farsi un nome” per paura dell'invisibilità (Genesi 11:4): la fame
atavica di riconoscimento da parte di chi ama “la gloria degli uomini più
della gloria di Dio” (Giovanni 12:43) e la ricerca nevrotica di
approvazione, che Gesù aveva già condannato stigmatizzando chi esibisce la
propria spiritualità “per essere visto dagli uomini” (Matteo 6:5).
Il digitale non ha creato l’idolatria
del sé; ha semplicemente fornito gli strumenti per automatizzarla e metterla a
profitto. La cura teologica a questa mutazione richiede il recupero radicale di
un ministero non indicizzato.
I Vangeli ricordano che Gesù ha
vissuto anni di totale anonimato (Luca 2:51-52) e che la sua stessa
missione pubblica è stata costantemente segnata dal rigore del segreto
messianico (Marco 1:43-44; 8:29-30).
Egli preferiva ritirarsi in
luoghi deserti a pregare ogni volta che le folle accorrevano per cercarlo (Luca
5:15-16), rifiutando di affidarsi alla volubilità delle masse poiché
conosceva “quello che vi è nell’uomo” (Giovanni 2:24-25) e respingendo
la gloria che viene dagli uomini (Giovanni 5:41). Questo lo spinse
persino a sfuggire ai tentativi di “re-branding” politico della sua missione,
ritirandosi sul monte, tutto solo, nell'istante in cui la folla voleva farlo re
(Giovanni 6:15). La stessa folla che, in seguito, avrebbe desiderato la
sua morte (Marco 15:14).
C’è un valore inestimabile nel
lavoro oscuro, locale e invisibile ai motori di ricerca.
Siamo tutti chiamati a disattivare le logiche del brand per tornare a essere semplici testimoni, il cui successo risiede interamente nella capacità di scomparire, affinché si veda solo la gloria del Cristo annunciato.
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